Partito di Alternativa Comunista

La necessità di prendere partito

La necessità di prendere partito

 

 

di Francesco Ricci

 

Perché la maggioranza dei giovani non si interessa di politica? Perché una gran parte prova un rifiuto verso «i partiti»?

Si tratta di due domande differenti.

 

Perché il rifiuto della politica?

Per rispondere alla prima è sufficiente ricordare con Marx che «l'ideologia dominante di ogni epoca è quella della classe dominante». Ora, la classe dominante (la borghesia) ha interesse ad occultare il suo dominio, a far sì che gli sfruttati non si rendano conto di essere tali. Per questo «la politica», cioè la gestione della società e degli interessi della società, è presentata come qualcosa che compete ad altri, coloro che ne fanno un mestiere, «i politici». Dunque «la politica» è qualcosa che si delega a pochi, mentre la stragrande maggioranza della popolazione è chiamata al più ad esprimere un parere nel momento del voto, scegliendo a chi delegare la gestione della sua vita, dei suoi interessi per il periodo successivo.
Anche nelle fasi rivoluzionarie, quando l'ideologia dominante si incrina e milioni di sfruttati prendono nelle proprie mani il loro destino, cioè fanno politica, una larga parte della società nel suo insieme rimane passiva e solo una piccolissima parte di chi scende in piazza si organizza all'interno del partito rivoluzionario. Il Partito bolscevico, il più grande partito rivoluzionario della storia, pur crescendo rapidamente nel 1917, rimase un partito di poche decine di migliaia, anche se riuscì a trascinare dietro di sé nella rivoluzione milioni di sfruttati.

 

Perché il rifiuto dei partiti?

Spesso il rifiuto dei partiti e il rifiuto della politica non coincidono. Decine di migliaia di giovani si impegnano in una qualche forma nella società, partecipano a strutture e associazioni, fanno quello che si chiama «volontariato», non tracciano i propri confini con la punta del naso. Eppure rifiutano «i partiti».
La spiegazione di questo rifiuto coincide, in gran parte, con l'associare «i partiti» alla corruzione. Dunque abbiamo qui un rifiuto non della politica né della necessità di partecipare in forma organizzata, con altri, all'attività sociale ma appunto un disgusto per la trasformazione dell'attività sociale in interesse personale.
Effettivamente la corruzione è da sempre parte integrante della sfera politica nella società borghese. Questo avviene perché, a differenza di quanto molti pensano, la società non è dominata dal cosiddetto «sistema dei partiti». I partiti e i politici borghesi sono solo degli intermediari, degli impiegati dei grandi capitalisti borghesi: e in questa attività di gestione per conto di altri cercano di ritagliarsi qualche fetta supplementare di torta alle spalle di questo o quel settore delle classi dominanti, in accordo con un altro settore. Di qui la periodica ripulitura dalla «corruzione dei politici»: cioè in una società basata sull'inganno della proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento e il «furto» del lavoro altrui, la classe dominante, utilizzando la propria stampa e la magistratura borghese, colpisce gli «eccessi», chiamiamoli così, dei suoi lacchè.
Dalla giusta nausea per la politica, o per meglio dire per la politica borghese, emergono forme di impegno sociale non direttamente politiche.
Seppure una forma qualsiasi di impegno sociale (far parte di Emergency, di una associazione di aiuto ai disabili, di Amnesty International, ecc.) sia eticamente preferibile al disimpegno individualistico, essendo una attività che non pone in discussione l'assetto sociale, cioè la proprietà privata dei mezzi di produzione su cui si basano sfruttamento e oppressioni, finisce con l'essere nel migliore dei casi una attività irrilevante per le sorti della società; mentre in molti casi può diventare, di là dalle intenzioni di chi si impegna, un surrogato di servizi sociali che vengono tagliati dai governi borghesi per dirottare risorse verso gli interessi della classe dominante.

 

Perché si preferisce un comitato o un centro sociale al partito?

Oltre a chi rifiuta la politica in generale e a chi la pratica in forma indiretta, troviamo poi un ampio settore di giovani che fanno politica e la fanno anche in forma organizzata: ma rifiutano quella che impropriamente è detta «forma-partito».
Sono le centinaia di migliaia che nell'ultimo periodo, ad esempio, si sono organizzati per fare politica con le diverse strutture del Fridays For Future o di altri comitati che oggettivamente pongono in discussione la gestione (e distruzione) capitalistica del nostro pianeta.
Oltre a queste strutture, ne esistono altre che, ostili «ai partiti», sono nei fatti forme organizzate stabili: i centri sociali.
Perché la stragrande maggioranza dei giovani proletari che si impegnano, e lo fanno anche in qualcuna delle citate forme organizzate, rifiuta di farlo in un partito?
Pensiamo che le risposte siano due. La prima, e principale, è che l'esempio negativo dei partiti riformisti ha prodotto, specie negli ultimi anni, un rifiuto generalizzato verso «i partiti». Fino a una dozzina di anni fa erano migliaia i giovani organizzati, ad esempio, in un partito come Rifondazione Comunista. Molti di più di quanto non si organizzassero nei centri sociali. Oggi il rapporto è rovesciato e in questo pesa molto l'uso strumentale che i dirigenti di Rifondazione hanno fatto delle lotte e dei movimenti (si pensi ai Social Forum che si organizzarono per il G8 di vent'anni fa) come trampolino di lancio per politiche di collaborazione di governo con la classe avversaria. Politiche che hanno prodotto il riflusso di lotte e movimenti, contro-riforme prive di opposizione nelle piazze e in parlamento, e, alla fine, un cospicuo numero di poltrone, parlamentari o ministeriali, per i dirigenti di Rifondazione (prima del suo inesorabile declino).
Una seconda spiegazione della preferenza accordata da tanti giovani a centri e comitati, piuttosto che ai partiti (termine con cui peraltro si mettono in uno stesso sacco i partiti riformisti che hanno sostenuto e sostengono il sistema, e quelli rivoluzionari che vogliono rovesciarlo) è che alcuni pensano di preferire una «militanza» che appare come più libera, senza regole, senza disciplina.

 

Perché è indispensabile un partito rivoluzionario d'avanguardia?

Eppure se guardiamo a tutta la storia del movimento operaio, una storia di duecento anni, vediamo che nessuna rivoluzione è stata vincente in assenza di un partito rivoluzionario. E questo per vari motivi che Marx per primo, e poi i rivoluzionari che lo hanno seguito, hanno saputo spiegare.
È impossibile cambiare la coscienza delle masse prima della rivoluzione. La coscienza degli sfruttati è una coscienza borghese perché la classe che domina economicamente è in grado, con il suo Stato, le sue scuole, i suoi mezzi di comunicazione, le sue religioni, i suoi partiti, di determinare la coscienza generale. Cioè di far credere agli sfruttati che il suo sistema è l'unico possibile e persino di rendere «invisibile» lo sfruttamento e le catene.
Questo non significa concludere – come teorizzarono fin dall'Ottocento alcuni rivoluzionari (pensiamo al grande Auguste Blanqui) – che sia necessario sostituire con un pugno di congiurati, di «illuminati», le masse. Nessuna rivoluzione è possibile senza una partecipazione, a vari livelli, di una parte consistente degli sfruttati.
A questa contraddizione apparente, tra la coscienza asservita dei proletari e la necessità che siano i proletari a fare la rivoluzione, già Marx diede una soluzione: il partito d'avanguardia.
Cioè un partito inizialmente fortemente minoritario, che raggruppa al suo interno il settore più avanzato delle lotte (l'avanguardia). Lotte che sempre si riproducono nella società divisa in classi, per lo scontro costante tra gli interessi inconciliabili, nelle piccole come nelle grandi cose, tra sfruttati e sfruttatori.
Le masse non sono un blocco omogeneo, sono composte da strati differenti che avanzano e retrocedono in momenti differenti. Gli stessi lavoratori, che in un periodo sono passivi o arretrati, quando c'è un'ascesa della lotta possono avanzare, per poi magari retrocedere quando la lotta rifluisce.
Compito del partito non è quello di «testimoniare» la necessità di una società diversa in un imprecisato futuro. Compito del partito è quello di intervenire nelle lotte, in ogni lotta, per far avanzare la coscienza di un settore sempre più ampio di lavoratori e giovani e costruire per via rivoluzionaria una società diversa. Si tratta cioè di portare il socialismo nelle lotte, perché il socialismo non nasce spontaneamente dalle lotte. Solo una piccola parte dell'avanguardia delle lotte entrerà nel partito: solo la parte più cosciente, che ha acquisito una comprensione generale del programma rivoluzionario e che è disponibile a impegnarsi quotidianamente nella militanza, a farne una ragione della propria vita. Il partito è dunque l'avanguardia dell'avanguardia, la memoria stabile della classe, delle vittorie e delle sconfitte. Una memoria che si riflette nel programma rivoluzionario e che la struttura delimitata organizzativamente del partito preserva dall'influenza dell'ideologia borghese e sviluppa costantemente, sulle sue basi, in relazione ai fatti nuovi.

 

Perché serve un partito separato e integrato nella classe degli sfruttati?

Per poter contrastare l'ideologia borghese – che è portata tra gli sfruttati anche dai partiti riformisti – il partito rivoluzionario deve essere separato, delimitato dalle masse. Non può comprendere ogni attivista delle lotte, ma appunto deve cercare di guadagnare tra gli attivisti delle lotte coloro che sono disponibili a fare una militanza costante, nella condivisione del programma generale del partito, che è un programma non di impossibili riforme di questo sistema marcio, ma di sua sostituzione per via rivoluzionaria, cioè attraverso la conquista del potere politico per costruire insieme a una diversa economia (non più basata sul profitto di pochi ma sulle necessità di tanti) una diversa democrazia, una democrazia reale, dunque in mano alla grande maggioranza della società.
Al contempo, per non trasformarsi in una setta (come ce ne sono tante), il partito deve essere parte della classe, e per esserlo deve appunto guadagnare gli operai e gli studenti, i giovani proletari più avanzati: per farli ulteriormente crescere nel partito, nel suo libero dibattito interno, nella elaborazione collettiva e costruire così quei militanti che, per dirla con Lenin, valgono ognuno come cento o mille attivisti. Perché sono in grado in ogni lotta di intervenire per guadagnare altri attivisti alle idee del socialismo, al programma rivoluzionario.
Quando Lenin parlava di «rivoluzionari di professione» intendeva appunto questo genere di militanti.

 

Perché è necessaria la disciplina?

In vari testi, Lenin, che seppe non solo teorizzare questo tipo di partito ma riuscì a costruirlo e a condurlo alla vittoria nel 1917, sottolinea sempre l'importanza della disciplina interna.
Come abbiamo detto più sopra, questo è uno degli elementi che, mal interpretato, porta alcuni giovani a preferire una attività «più libera».
In realtà la disciplina del partito rivoluzionario è semplicemente una disciplina che ciascuno accetta nel momento in cui si rende conto che le scelte collettive, prese con un dibattito democratico, sono più importanti delle scelte individuali perché possono incidere nella realtà. Solo un partito disciplinato può affrontare la classe dominante, i suoi apparati ideologici e la forza materiale del suo Stato. Dunque lo scopo stesso del dibattito e della militanza nel partito non è quello di affermare la propria individualità ma quello, ben più elevato, di trovare collettivamente la strada giusta per trasformare la società, per fare la rivoluzione.

 

Perché non possiamo ignorare la lezione della storia?

Tutto quanto abbiamo fin qui riassunto, nella forma inevitabilmente schematica di un articolo di queste dimensioni, non è il frutto di una nostra elaborazione, di Alternativa Comunista. E' l'eredità grande che due secoli di movimento rivoluzionario ci lasciano, è la modalità – l'unica che finora sia emersa nella storia – che può consentirci di portare a termine quel compito gigantesco ma indispensabile che consiste nel cambiare il mondo, rovesciando questa società putrida – il capitalismo – per costruirne una diversa, liberata dallo sfruttamento di una classe sull'altra, dalla distruzione capitalistica del pianeta, dall'oppressione di chi in questa società è considerato «diverso» o «inferiore» per il colore della pelle, per il sesso, per le sue scelte sessuali.
Questo partito noi di Alternativa Comunista siamo impegnati a costruirlo non solo nel nostro Paese ma a livello internazionale, insieme ai compagni degli altri partiti che compongono il nostro partito internazionale, la Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale.
Anche questo è un grande insegnamento che ci viene dalla storia: anzi, forse è l'insegnamento più grande: non è possibile costruire «spazi liberati» dal capitalismo, non è possibile costruire il socialismo in un solo Paese. La stessa emergenza climatica è una conferma di ciò, perché il pianeta su cui viviamo è uno solo e o saremo in grado di sottrarre la gestione dell'economia e della società al pugno di capitalisti che domina oggi, o il pianeta e l'umanità intera saranno destinati alla catastrofe.

 

Per tutti questi motivi invitiamo gli attivisti che si troveranno a leggere questo giornale, i giovani del Fff che si mobilitano nuovamente in questo mese di settembre contro la crisi climatica, a porsi un obiettivo più alto, necessario e urgente: cambiare il mondo. E a costruire insieme a noi quello strumento senza il quale sarà impossibile farlo: il partito rivoluzionario. Un partito dunque, ma completamente diverso e opposto a tutti gli altri.

 

 

 

 

 

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