Partito di Alternativa Comunista

Palestina: chi bagna la miccia

Palestina: chi bagna la miccia

 

 
Milano 16 maggio 2026: manifestazione per l'anniversario della Nakba.
 

 

di Francesco Ricci

 

 

I marxisti, a differenza dei postmodernisti, sanno che cambiare le parole non cambia il mondo. Solo la lotta di classe - e il suo acme, la rivoluzione - cambia la società. Tuttavia le parole sono una parte del campo di battaglia ideologico. Questo vale tanto più per la cosiddetta «questione palestinese» che è tra le più falsificate da sionismo, imperialismo e riformismo. L’anno scorso «Israele» ha investito 800 milioni nella «hasbara», l’attività di propaganda per presentare nella migliore luce l’entità sionista.
A questa attività dei sionisti si aggiunge la campagna di propaganda con cui i governi imperialisti coprono i crimini di «Israele», aiutati in questo lavoro dalle organizzazioni riformiste. Proveremo a indicare alcuni degli inganni semantici che vengono utilizzati con questo scopo.

 

«Pace tra i due popoli»

 

Spesso si sente dire che si tratta di rappacificare due popoli. È la grande menzogna che prelude alla soluzione «due popoli, due Stati».
L’inganno consiste nel celare che in Palestina non ci sono «due popoli»: c’è un popolo oppresso, quello palestinese, e ci sono dei coloni che li opprimono, gli «israeliani».
Il «riconoscimento» dello Stato palestinese che viene fatto ipocritamente da alcuni governi a fini elettorali (pensiamo al governo di Sanchez, nello Stato spagnolo) significa riconoscere un ipotetico mini-Stato che dovrebbe essere concesso ai palestinesi. Un mini-Stato composto dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza che assommano a circa 1/5 della Palestina. Questa ipotesi fantasiosa esclude il ritorno alle loro case di sei milioni di profughi e lascerebbe la colonia sionista a dominare sia su questa «riserva indiana» sia sui quasi due milioni di palestinesi che vivono dentro allo «Stato ebraico», sottoposti a decine di leggi razziali.
Meglio qualcosa che niente, dice qualcuno. Peccato che questo «qualcosa» sia solo fumo: una concessione a parole di un futuro Stato in cambio di una rinuncia concreta a riacquisire la Palestina «dal fiume al mare».
Un inganno rilanciato mentre i sionisti, dopo averla rasa al suolo, stanno occupando tutta la Striscia di Gaza, estendono, metro dopo metro, il controllo sulla Cisgiordania, allungano le loro grinfie sulla parte meridionale del Libano («operazione oscurità eterna») e su un pezzo della Siria. Come ha dichiarato di recente un comandante dell’Idf: «stiamo uccidendo palestinesi con un ritmo che non raggiungevamo dalla guerra del 1967».

 

«Territori occupati», «Israele» e «israeliani»

 

Un secondo inganno semantico viene utilizzato dall’Onu e da tutta la sinistra riformista. A volte è usato, in buona fede, anche da chi realmente ha a cuore la causa palestinese. È la definizione di «territori palestinesi occupati» per riferirsi solo a quella piccola parte della Palestina (Striscia e Cisgiordania) dove dovrebbe nascere il cosiddetto «Stato di Palestina».
L’imbroglio consiste nell’indicare solo questi spicchi di Palestina come «occupati»: implicitamente affermando che il resto, quell’80% di Palestina che nelle loro cartine geografiche è indicato come «Israele», non sarebbe occupato.
Nella nostra stampa mettiamo la parola «Israele» tra virgolette perché non farlo implica accettare, a volte involontariamente, che esista un legittimo Stato e una legittima popolazione. Mentre ciò che esiste è una colonia e dei coloni (tali sono tutti gli «israeliani»).

 

«Il governo reazionario di Netanyahu»

 

Tra gli inganni semantici, questo è uno di quelli a cui più frequentemente ricorrono i riformisti, quei partiti che continuano a sostenere i «due popoli, due Stati».
Il tentativo è di sostenere che il problema non sta nella colonia «Israele» ma nel suo attuale governo. Che il governo Netanyahu sia reazionario, non c’è evidentemente dubbio. Ma questa è una mezza verità: perché non è mai esistito e mai potrà esistere un governo non reazionario di un’entità coloniale e razzista.
Perché funzioni questa trappola che allude a un presunto sionismo buono (tesi difesa da vari cosiddetti intellettuali della cosiddetta sinistra) bisogna cancellare la storia della colonia fondata col terrore, le bombe, gli stupri proprio da quei sionisti che si vorrebbero «buoni», cioè dai «laburisti».
Furono questi ultimi a espellere 800 mila palestinesi dalle loro case, facendo saltare in aria oltre 500 villaggi, durante quella che i palestinesi chiamano la Nakba, la catastrofe. Nelle scuole «israeliane» questa storia è falsificata e l’esodo di milioni di palestinesi è spiegato come un «allontanamento volontario».
Peraltro basta leggere la cronaca per sapere che proprio nei giorni scorsi la Knesset, il parlamento coloniale, ha approvato l’istituzione di un tribunale militare speciale dove saranno processati i combattenti del 7 ottobre e la misura è stata votata all’unanimità. Includendo cioè anche i sionisti buoni che esistono solo nelle fantasie retribuite di pennivendoli e burocrati.

 

«Rimane pur sempre una democrazia»

 

Capita ancora oggi, a due anni e mezzo dall’avvio dell’ultimo massacro di palestinesi, sentire qualcuno di questi intellettuali organici al capitalismo dire, dopo aver scaricato ogni colpa sul «reazionario governo Netanyahu», che «Israele rimane nonostante tutto una democrazia».
Dato che anche questi signori sanno che si tratta di un’entità statale dichiaratamente teocratica e basata sul suprematismo etnico, che bombarda qualsiasi Paese ritenga di voler bombardare, che pratica con regolarità la tortura e lo stupro sui prigionieri, che attacca le imbarcazioni di aiuti umanitari della Flotilla a mille chilometri dalle coste che considera sue (le coste della Palestina)... L’unica spiegazione di simili affermazioni è che «Israele» e i suoi amici sanno ben retribuire chi li difende...

 

«Siete antisemiti»

 

Non è necessario dilungarsi, per i lettori di questo giornale, sulla falsa equazione antisionismo-antisemitismo. Ma è un tema importante da chiarire tra i settori più larghi dei lavoratori e dei giovani.
È bene ricordare che essere «antisemita» significa essere razzista. E che l’accusa ci viene rivolta dal sionismo, un’ideologia razzista, e dai discendenti dei fascisti che hanno ucciso milioni di ebrei. Gente che tiene in casa il busto di quell’antisemita che i partigiani appesero a testa in giù a piazzale Loreto.
Ma non sono solo i partiti di governo, in Italia, a usare questo trucco verbale (con ricadute penali). Al coro partecipano esponenti di quel «campo largo» che hanno aperto i lager per immigrati e in parlamento votano a favore (o al più si astengono) sul ddl Romeo che affida alla magistratura ampio potere per definire come antisemita ogni dichiarazione antisionista. E stiamo parlando di quella magistratura che ha messo in galera Hannoun e altri compagni, ha condannato Anan Yaeesh a 6 anni di carcere e proprio nei giorni scorsi ha emesso provvedimenti contro i giovani che lo scorso settembre hanno manifestato a Milano.

 

«La colpa è del 7 ottobre»

 

Un’altra truffa retorica è quella di chi continua a ripetere falsità sul 7 ottobre. Quel giorno una dozzina di organizzazioni della Resistenza, seguite da centinaia di giovani, hanno rotto la gabbia di Gaza per prendere ostaggi da scambiare con le migliaia di prigionieri dei sionisti.
La quasi totalità delle organizzazioni della sinistra, incluse alcune che si definiscono «rivoluzionarie», hanno criticato in modo più o meno aspro quell’azione. Non è il caso del Pdac e della nostra Internazionale.
Più sottile ma altrettanto falso è l’argomento di chi ha detto che quell’azione di guerra è stata «legittima ma controproducente» in quanto avrebbe provocato la reazione sionista. La verità è che non solo il sionismo ammazza e bombarda i palestinesi da decenni ma c’è da aggiungere che è sempre reazionario l’argomento secondo cui se l’aggredito reagisce sua è la colpa dell’aggressione.
Non solo: se oggi «Israele» è isolata come non è mai stata, se si è sviluppato un movimento internazionale di sostegno alla Palestina che non ha precedenti per estensione e dimensioni, se oggi si può parlare di «generazione Gaza», di migliaia di giovani che attraverso la causa della Palestina comprendono cosa sia effettivamente il sistema capitalistico in cui viviamo e iniziano a opporvisi, se accade questo il merito principale è dei palestinesi e della loro Resistenza che dura da oltre un secolo e ha visto nel 7 ottobre un passaggio eroico.

 

Pcr e Rete dei Comunisti alimentano la confusione

 

Quanto più cresce il discredito di «Israele», tanto più anche chi per due anni ha negato il genocidio inizia a usare quella parola. Quanto più crescono le mobilitazioni per la Palestina, tanto più troviamo partiti riformisti, inizialmente assenti dalle piazze, partecipare alle manifestazioni.
Un’azione unitaria è necessaria e da sempre abbiamo criticato ogni tentativo di dividere manifestazioni e scioperi. Ma ciò non significa rimuovere le differenze. Al contrario: il dibattito sulle reali prospettive che ciascuno difende è fondamentale e per troppo tempo è stato rimosso in nome di un unitarismo fasullo che fa solo il gioco delle burocrazie.
In altri numeri di questo giornale e su Trotskismo oggi, rivista teorica del nostro partito, così come in un libro di recente pubblicazione (1), abbiamo esaminato in profondità le posizioni a nostro giudizio false che emergono nel dibattito a sinistra. Qui ci limiteremo a un breve elenco di queste posizioni.
«Due popoli, due Stati», che accomuna la gran parte del riformismo italiano (ad es. Rifondazione comunista) e mondiale, pur essendo ormai screditata tra gli attivisti più informati. «One State solution», un surrogato dei «due Stati» altrettanto privo di fondamento. Il «riconoscimento delle risoluzioni dell’Onu», che accomuna quasi tutte le forze incluse quelle che si definiscono comuniste, che così implicitamente accettano la partizione del 1947.
Su quest’ultimo tema tendono a svicolare anche organizzazioni che presentano un volto più radicale, come ad esempio la Rete dei Comunisti (che partecipa a Pap e dirige Usb e varie strutture giovanili in prima fila nelle mobilitazioni, come Osa e Cambiare Rotta). Si tratta di quelle organizzazioni che rivendicano il «comunismo novecentesco», intendendo non (come noi) l’Ottobre 1917 e la battaglia anti-stalinista del trotskismo per difendere il bolscevismo ma uno stalinismo criticato superficialmente. Organizzazioni che vedono nel Venezuela il «socialismo del XXI secolo» (2). Sono le stesse forze che rivendicano il castro-chavismo e sostengono un «multipolarismo» in cui Cina e Russia (cioè due briganti imperialisti, come li avrebbe definiti Lenin) svolgerebbero un ruolo progressivo in contrapposizione agli altri briganti imperialisti capitanati dagli Stati Uniti.
Ci sono anche organizzazioni che si definiscono «trotskiste», come è il caso del Pcr (ex Falcemartello), che in nome di una presunta purezza «classista» (ma è solo una incomprensione della posizione leninista), partendo dalla (falsa) premessa secondo cui «Israele è una nazione e non possiamo fare appello alla sua abolizione» (3), invocano la creazione di «un fronte unico tra il popolo palestinese e la classe operaia e i settori progressisti (sic) della società israeliana» (4). Classe operaia che certo esiste anche in «Israele» ma è costituita da una casta che gode di privilegi coloniali, a cui forse un giorno rinuncerà solo una piccola parte (così ci insegna la storia di altre lotte di liberazione) ma quando sarà stato distrutto «Israele», e solo una estrema minoranza di ex-«israeliani» accetterà di vivere in pace in Palestina.
La realtà è che dalla nascita di quel mostro che hanno chiamato «Israele» solo i trotskisti conseguenti hanno difeso che l’unica prospettiva rivoluzionaria passava per la abolizione di questo insediamento coloniale e la liberazione di tutta la Palestina, «dal fiume fino al mare» (5), come parte di un programma di «rivoluzione permanente» per costruire gli Stati uniti socialisti del Medio Oriente.
Anche per questo costruire un partito realmente marxista, cioè trotskista, in Italia e su scala internazionale, è l’obiettivo che devono porsi tutti quei giovani e quei lavoratori che, lottando per la Palestina, lottano per costruire un’alternativa al capitalismo in putrefazione. Un’alternativa che può essere solo comunista.

 

Note

(1) Si veda il nostro Dal fiume al mare. Dalla parte della Resistenza palestinese (ed. Rjazanov, 2025).

(2) La Rete dei Comunisti ha sostenuto entusiasticamente il regime (ultra-repressivo) di Maduro, inviando delegazioni a Caracas e partecipando al lancio della «Internazionale Antifascista» promossa dal regime

Si veda ad es. https://contropiano.org/documenti/2025/01/13/internazionale-antifascista-il-programma-0179279

Nemmeno la capitolazione esplicita della «cara amica» Delcy Rodriguez (come l’ha definita Trump) agli Usa pare aver provocato un ripensamento. Tutto è spiegato come «astuzia tattica» del regime

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/03/09/ritirate-tattiche-perche-la-rivoluzione-venezuelana-resiste-ancora-0192761

(3) V. Alan Woods e Ted Grant, Il marxismo e la questione nazionale, qui in traduzione italiana https://rivoluzione.red/il-marxismo-e-la-questione-nazionale/

(4) V. “Basta ipocrisia! Difendere Gaza!” (11/10/23) https://rivoluzione.red/basta-ipocrisia-difendere-gaza-la-dichiarazione-della-tmi/

(5) Non a caso il Pcr, che non è conseguente con la propria autodefinzione come «trotskista», rifiuta questa rivendicazione. Si veda la nostra polemica:

https://partitodialternativacomunista.it/politica/nazionale/palestina-perche-al-pcr-non-piace-dal-fiume-al-mare

 

 

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